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Temi del Corteo Storico

L'elemento che più affascina il visitatore che assiste al Palio è il Corteo Storico. Sono più di milleduecento i figuranti che compongono l'immenso quadro vivente che si snoda da piazza della Cattedrale fino alla piazza Alfieri, sede della corsa.
Fedele la rappresentazione di fatti realmente accaduti nella vita astese; Asti, per un giorno fa un salto indietro nel passato. Ogni borgo, rione e Comune rievoca attraverso il "tema storico" uno spaccato di vita medievale.

Qui di seguito alcuni dei temi presentati dal comitato alferese.

 

Palio 2017

Il primo podestà di Asti – Guido Da Landriano 1190

Guido da Landriano, console e comandante dell’esercito della Lega, uomo di vasta esperienza militare, ebbe un ruolo decisivo nella lotta contro il Barbarossa. Podestà di Ferrara nel 1179,  il 30 aprile 1183 giurò di mantenere salda la pace che stava per essere stipulata davanti ai messi imperiali, il vescovo di Asti e il marchese Enrico Guercio. Guido sarebbe quindi tornato alla vita civile: possedeva terre nel milanese e nella campagna di Torrevecchia e inoltre svolse il ruolo di amministratore dell'eredità di una vedova.

La sua carriera politica si chiuse nel 1190 con un ultimo, prestigioso incarico: fu il primo podestà di Asti, un ufficio per il quale venivano prescelti forestieri provenienti da città alleate; ad Asti lasciò un ricordo estremamente positivo tanto che, quasi un secolo dopo, il cronista Ogerio Alfieri lo ricordava come  un uomo buono e onesto, che molto si era adoperato per il comune astigiano.

Guido da Landriano portò con sé ad Asti, oltre alla sua famiglia privata, anche una “famiglia pubblica”, ovvero un nucleo di collaboratori di sua fiducia, una specie di corte costituita da giudici, notai e uomini d'arme destinati a mantenere l'ordine pubblico.

Intorno agli anni della podesteria di Guido andò definendosi anche la villa di Castell'Alfero, precoce esempio di intervento insediativo del comune di Asti alla ricerca di un consolidamento del controllo territoriale lungo il corso del torrente Versa. 

 

Palio 2016

L’arte del fustagno ad Asti

Risale al XV secolo la decisione di Luigi d’Orléans di stimolare l’attività manifatturiera astigiana sia mediante lo scavo di un canale che derivasse l’acqua del Borbore e – permettendone l’utilizzo per azionare nuovi mulini, battitoi, seghe – sia mediante l’esonero per tre anni da ogni pedaggio o dazio sull’importazione di lana, cotone, gualdo, robbia e altre materie prime.

Il governatore di Asti Rinaldo di Dresnay confermò norme relative alla produzione del fustagno emanate da una commissione di dodici esperti nominati dal consiglio generale della città.

Si diffuse così ad Asti la produzione di fustagno, un tessuto misto di lana e cotone molto robusto, di aspetto simile al velluto, ma più economico.

Il tessuto veniva filato su dei telai e per coloralo veniva messo a bollire con foglie di erbe tintorie, la robbia (rosso) e il gualdo (blu). Le tele di fustagno venivano poi vendute sulle piazze di Savona e Genova.

Un’attività produttiva che contribuì a valorizzare le competenze tecniche e commerciali di Asti e del territorio, frutto del “buon governo” orleanese del quale trassero beneficio sia la città sia le località dell’esteso contado dipendente.

 

 

Palio 2015

Quadri di vita femminile in epoca medievale

Nel mondo medievale la donna occupava una posizione subordinata rispetto a quella dell’uomo. Popolana, borghese o aristocratica, poteva contare su un’aspettativa di vita media di poco superiore ai 30 anni, messa a rischio da ripetute e sempre rischiose gravidanze che spesso ne causavano la morte precoce. Più ancora che per l’uomo, per il destino della donna la condizione economica era determinante: sin dalla più tenera età la bambina veniva istruita alla vita che la aspettava, il matrimonio o in alternativa il convento. Qualunque fosse il suo status sociale, doveva attenersi a uno stile di vita irreprensibile, salvo incorrere nella pubblica riprovazione e in pene anche molto severe. Peraltro, anche se oggetto di condanna sociale, la prostituzione era molto diffusa, tollerata e opportunamente regolamentata per evitare che fosse fonte di disordini. Uno status speciale era riservato alla vedova benestante: se – come ad Asti – poteva disporre dei propri beni dotali, era sua facoltà decidere se risposarsi o meno. Il comune di Castell’Alfero rappresenta cinque “quadri” di vita femminile: la bambina, il matrimonio, il convento, la prostituzione, la vedovanza. La bambina: in tenera età le bambine iniziavano il percorso formativo che le avrebbe portate al matrimonio. Le piccole aristocratiche venivano educate dalla Dama del Castello. Il matrimonio: l’età minima per sposarsi era dodici anni; le ragazze venivano date in sposa ad un uomo prescelto dal loro genitore. Una volta sposate, passavano dalla tutela paterna a quella del marito. Il convento: per le ragazze non destinate al matrimonio per vari motivi – è il caso della mancanza di una dote – una soluzione poteva esser rappresentata dalla scelta del velo. Anche in convento, dove le differenze sociali dovrebbero essere annullate, diverse erano le possibilità di queste monache ‘forzate’: le donne di umili origini erano destinate ai servizi, mentre quelle appartenenti alle famiglie più ricche avevano la possibilità di coltivare gli studi. La prostituzione: si configurava come l’unico mestiere che una donna priva di altre risorse può esercitare. La vedovanza: costituiva una condizione che permetteva alle donne di gestire una propria autonomia.

 

Palio 2014

“Ad marchum vel libram astensis”. Pesi e misure a Castell’Alfero nel medioevo

Il Comune di Asti imponeva a tutte le terre e villaggi costituenti la "Patria Astensis" di uniformarsi alle misure di peso, lunghezza e capacità in uso nella “capitale”. A tal fine, e sotto pena di pesanti sanzioni, ogni comune e villaggio del territorio astigiano era tenuto a dotarsi di appositi campioni, ai quali dovevano scrupolosamente attenersi i rivenditori, gli esercenti, i dettaglianti e in generale tutti coloro che vendevano merci o derrate a misura e a peso. Ogni anno i consoli o rettori  di ciascun villaggio (e Castell'Alfero tra questi) dovevano  portare in Asti i campioni dei pesi e delle misure per farli verificare, approvare e timbrare presso il palazzo del podestà alla presenza degli Ufficiali del Giudice delle Reve; nell'occasione, gli stessi consoli giuravano di controllare scrupolosamente affinché tutte le merci fossero vendute "ad marchum vel libram astensis". Gli Statuta Revarum, in una “reformagione” del 1475, specificano dettagliatamente quali dovevano essere i campioni delle misure da far verificare in Asti: per le misure di capacità lo staro (circa 50 litri), l'emina (circa 23 litri), il quartirone (12 litri), lo scopello (3 litri), la pinta (1,4 litri), il quartino (0,35 litri), il terzo (0,25 litri) e il mezzo quartino (0,17 litri) per i liquidi e gli aridi. L'alna, pari a circa 120 centimetri, ed il raso pari a  70 centimetri per le misure di lunghezza. La libbra (360 grammi), la mezza libbra (180 grammi), il quartirone (90 grammi), l'oncia ( 30 grammi) e la mezza oncia per il peso. Inoltre si dovevano sottoporre a verifica anche un prototipo di stadera  grande e uno di bilancia.

 

Palio 2013

UN IMPORTANTE INCONTRO SUL "PONTE DELLA ROTTA"

Nel 1305 moriva Giovanni I, Marchese del Monferrato, dopo  aver designato come suo erede Teodoro, figlio di sua sorella Violante e  dell’imperatore bizantino Andronico I Paleologo. Teodoro, giunto a Genova da  Costantinopoli, sposò Argentina, figlia di Opicino Spinola, e si trasferì a  Casale. Erano tempi difficili per il marchesato: molti possedimenti erano stati  occupati dal Marchese di Saluzzo e anche il Principe Filippo d’Acaja - da poco  divenuto Capitano del Comune di Asti - non nascondeva le sue mire sulle terre  aleramiche.  Teodoro decise di  ristabilire innanzitutto  rapporti di  alleanza con gli Astesi e incontrò una loro delegazione, capeggiata proprio da  Filippo d’Acaja, sul ponte della Rotta, presso Grixano, nella vallata tra  Portacomaro e Castell’Alfero, terra di confine tra Asti e il Monferrato. Il  Principe d’Acaja diede ampie rassicurazioni a Teodoro, anche se - tornato ad  Asti - tentò di convincere il Podestà e il Collegio dei Savi a non stipulare  alcuna alleanza con il Marchese. Ma gli Astesi furono di diverso avviso e  decisero di mantenere l’impegno preso con Teodoro.

Il corteo di Castell’Alfero ricorda lo storico incontro,  avvenuto nel giorno di San Michele (29 settembre) del 1306. Sfileranno il  gruppo degli alfieri, scorta d’onore per rendere omaggio ai due personaggi, la  delegazione astese che accompagna il Principe d’Acaja quella monferrina al  seguito di Teodoro e, infine, preceduti dal vessillo di Castell’Alfero, i  notabili castellalferesi e i popolani accorsi per assistere all’evento. 

 

Palio 2012

IL MULINO DELLA "PAGLIA"

Correva l’anno 1455 quando Gabriele Amico e Stefano Turno ottennero, su licenza del duca Carlo d’Orléans e con l’intercessione della Società del Moleggio di Asti, il permesso di costruire un mulino sul torrente Versa, sulla sponda opposta del sito ove ancora sorge la chiesa della Madonna della Neve. In tempi successivi il possesso del mulino (in seguito denominato “della Paglia”) si rivelò importante per le ulteriori acquisizioni territoriali e per l’ascesa sociale della famiglia Amico che, protagonista di una brillante ascesa tra le élites dello Stato sabaudo, legherà il proprio nome a quello del paese. Ne fornisce conferma una transazione avvenuta due anni più tardi: al 1457 risale, infatti, la suddivisione del mulino e dei beni ad esso afferenti tra Gabriele Amico e il monastero della Certosa di Asti, accordo che permise di riaffermare i titoli di possesso del casato.

Nel documento, tuttavia, non è citato Stefano Turno, nonostante il suo intervento nella costruzione del mulino nel 1455 e la sua indubbia cittadinanza alferese, comprovata dalla partecipazione di ben cinque membri della famiglia dei Turno alla stesura degli statuti comunali.
Ad oggi del mulino “della Paglia” rimane, parzialmente interrata, la sola pietra molare.

 

Palio 2011

STORIA DI UNA TERRIBILE PESTILENZIA

Nel XIV secolo una spaventosa epidemia si diffonde in tutta Europa: la peste bubbonica, meglio conosciuta come “peste nera”, attraversa, tra il 1345 ed il 1350, villaggi e città ed un’oscura minaccia di morte si proietta anche sull’Italia, pur’essa contagiata dal terribile male.
Fu Genova la prima città del Nord Italia ove comparve il morbo, ivi portato inconsapevolmente a bordo delle navi che commerciavano tra il Mar Nero e il Mediterraneo, ed in breve esso dilagò in Piemonte.
Ad Asti portatori del contagio furono con ogni probabilità i mercanti astigiani che a Genova esercitavano stabilmente l’attività commerciale scambiando le merci di provenienza orientale con quelle di cui si rifornivano nei mercati del nord Europa.
La malattia si presentò in due forme distinte (polmonare e bubbonica), entrambe talmente letali che a detta dei cronisti i contagiati morivano nel giro di appena due o tre giorni ed unicamente un settimo dei contagiati sopravvisse; pur se le notizie disponibili sono estremamente scarse, è fuor di dubbio che anche la popolazione di Castell’Alfero venne falcidiata.
Molti, convinti che la peste fosse una punizione divina, cercarono conforto nella religione: nacquero movimenti religiosi, rogatorie e processioni impetravano quotidianamente l’aiuto divino, i flagellanti perrcorrevano le strade delle città percuotendosi a sangue in espiazione dei peccati, si diffuse il culto di San Rocco, patrono degli appestati.
L’epidemia falcidiava la popolazione, vennero meno le istituzioni e la stessa vita civile, mentre bande di briganti si davano impunemente al saccheggio in uno stato di anarchia che sembrava non avere fine.
Il corteo allestito dal Comune di Castell’Alfero intende presentare, con una teoria di quadri viventi, il triste affresco di un’umanità in balia del feroce morbo.